Quella che mi accingo a narrare è una piccola grande storia che potrebbe apparire incredibile e fantastica se non fosse realmente accaduta, scrupolosamente documentata e gloriosamente sigillata col sangue di un giovane eroe, immolato sull'altare della libertà e della democrazia. Si tratta di una piccola grande storia che s'innesta nell'immane, tragica storia del secondo conflitto mondiale e che ebbe come scenario quella parte del territorio della nostra patria, che si stende tra la Marsica e la Ciociaria, dalla caduta del fascismo del 25 luglio 1943 all'armistizio dell'8 settembre, alla distruzione dell'Abbazia di Montecassino (1) , all'arrivo delle truppe alleate nei mesi successivi, quando stava ormai per crollare definitivamente il mito del nazifascismo sotto una tempesta di fuoco, di distruzioni e di sangue. Una piccola grande storia, apparentemente irreale. Direi quasi che potremmo iniziare a narrarla con l'antica formula con cui si introducevano i racconti delle favole intorno alla crepitante fiamma del camino, nelle cucine annerite dal fumo, dove il vecchio patriarca, circondato dai nipoti, cominciava con voce grave e solenne: "
Sul luogo del martirio
Risalito il letto ghiaioso di un torrente, che serpeggiando si inerpica tra gole sinistre di montagne, siamo giunti sul luogo del misfatto, dove, con sorpresa, abbiamo trovato altre migliaia di persone, disseminate per le colline, arrampicate qua e là sulle rocce e sugli alberi, sparse un po' dovunque sui margini dei campi verdeggianti di grano.
Questo luogo, che ha insieme qualche cosa di orrido e di maestoso, disonora ancor più i sicari tedeschi e ne dimostra la viltà, perché fu scelto fra i più reconditi ed i meno accessibili. E' una piccola valle, tutta dirupi e pendii, chiusa all'intorno da colline e da monti; la diresti una gigantesca basilica, che ha come sfondo un roccione scosceso. a forma di abside, che abbraccia ed esalta un piccolissimo altare: l'ara del caduto. E l'altare è un olivo che leva ai piedi un rustico cippo ed una pietra di marmo, leggermente inclinata, sulla quale;- anche a molta distanza puoi leggere: " Qui al tedesco assassino, agli Italiani pavidi, Giuseppe Testa, con la sua morte attesto la vita e l'onore della Patria. 11 maggio 1944 ".
La breve zolla che circonda l'ulivo è stata trasformata in una serra di fiori e sulla lapide che il tricolore ravviva, tra le pieghe della bandiera è stata deposta la fune ancora macchiata di sangue, che era servita ai tedeschi per legare all'albero la vittima inerme. Su quell'altare, tra il più religioso silenzio, è ascesa tremante e desolata, seguita dal consorte, l'inconsolabile mamma del giovane eroe. A quella scena pietosa un brivido di commozione passava tra la folla strappando lagrime e singhiozzi. Ma quelle lagrime germogliavano un canto che tumultuava nei cuori: " Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta...". E il piccolo prete, patriota gigante, l'umile parroco di Morrea, finalmente ha parlato. Delle sue parole come di quelle del prof. Brusca e dell'avv. Solimena, diremo soltanto la grande commozione che hanno suscitato. Più che parole erano lagrime d'amore distillato dai cuori, Confuso tra la folla e, direi quasi appartato, c'era, all'ombra di quell'ulivo, un grande testimonio dell'infame assassinio.
Era l'abate Forte, il sacerdote che, dopo aver assistito, confortò con gli ultimi Sacramenti il giovane eroe di Morrea. Su quel volto trasfigurato dal tremendo ricordo e da questa irresistibile scena, si leggeva la tragedia che egli non potrà mai tradurci in parole. Ma, nel suo sguardo, l'unico che ho visto non velato dal pianto, ho letto molte cose che nessuno saprebbe ridire; ho letto il poema che Giuseppe Testa ha cantato, con epico lirismo, nel tragico momento del suo sublime olocausto.